A Private War Recensione

Titolo originale: A Private War

1

A Private War: la recensione del film con Rosamund Pike presentato alla Festa del cinema di Roma 2018

- Google+
A Private War: la recensione del film con Rosamund Pike presentato alla Festa del cinema di Roma 2018

Marie Colvin è stata una delle più grandi e celebrate giornaliste di guerra della storia. Per il Sunday Times, oltre ad aver intervistato figure come Arafat e Gheddafi, ha raccontato i conflitti in Medio Oriente, Cecenia, Kosovo, Sierra Leone, Zimbabwe, Sri Lanka e Timor Est, dove ha perso l’occhio sinistro in seguito all’esplosione di un RPG, e ancora l’Iraq, la Primavera Araba, la Guerra Civile in Libia. Fino all’assurda guerra civile ancora in corso in Siria, dove la Colvin è morta nel febbraio 2012 per raccontare l’assedio di Homs.
All’altare del giornalismo, della necessità urgente che sentiva di raccontare quello che il mondo non sapeva o voleva sapere, di andare a vedere da vicino e di persona quello che tutti noi vorremmo mai vedere, e da cui spesso scappiamo (come gli dice a un certo punto di questo biopic l’allora caporedattore degli esteri del Sunday Times Sean Ryan, Marie Colvin aveva il talento di catturare l’attenzione della gente e di farla interessare alle tragedie che raccontava), ha sacrificato la sua vita in più di un senso.

A Private War racconta tutto questo, certo: racconta il talento e l’ossessione di una giornalista per il suo lavoro, e il prezzo fisico, psicologico, emotivo e sentimentale che tutto questo ha richiesto. Racconta - come tanti altri film del passato che raccontavano lo stesso mestiere - la dipendenza che i corrispondenti di guerra sviluppano per il fronte e le situazioni al limite, e la differenza tra il sentirsi in qualche modo obbligati a farlo (per ragioni professionali ed etiche) e l’essere per l’appunto come dei drogati che hanno bisogno di una dose.
Racconta tutto questo, A Private War, e lo fa con l’iconografia consueta di questo genere di film, con una sceneggiatura mediamente retorica e attraverso l’interpretazione di Rosamund Pike, tanto ossessionata dalla riproduzione dei tormenti di Marie Colvin da risultare purtroppo spesso sopra le righe, e perfino un po’ macchiettistica.
Ma non nasconde nemmeno di voler mirare ancora più in alto: il regista Matthew Heineman (uno che viene dai documentari) scrive nelle note di regia di essere stato spinto a raccontare la vita della Colvin dal fatto che “Il giornalismo è sotto attacco e sempre più polarizzato da ‘notizie’ inventate che si mascherano da vero giornalismo,” e dalle “minacce che ciò pone alla società.”

A Private War è allora anche un film sul giornalismo, la sua pratica, il suo ruolo. E, ancora oltre, un film che del giornalismo denuncia i limiti e l’assenza, e di conseguenza il silenzio assurdo dell’occidente su alcune delle più grandi tragedie umanitarie di sempre, ultima appunto la Guerra in Siria, che sembra oramai aver stancato i media di tutto il mondo.
Sono tutti intenti lodevoli, un po’ penalizzati dal ritrovare nel film, nel suo stile e nella sua regia (oltre che nella recitazione della protagonista) quella stessa ossessione che al senso di responsabilità etico e deontologico associava un narcisismo autodistruttivo.
“Il mondo deve sapere,” certo. Ma forse non sempre, e non a qualunque costo, non in qualunque modo.
Non con la retorica un po’ morbosa della visualizzazione degli incubi della Colvin, o con quella delle ultime fasi del film: quelle della ricostruzione - si fa per dire, amarissma ironia - della Homs martoriata del 2012.

A Private War
Il Trailer Italiano Ufficiale del Film - HD
884


Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
Lascia un Commento
Space Battleship Yamato | Стратегии | Macchinetta Rollatrice Per Sigarette Porta Tabacco Rollatore In Alluminio Lusso