Corleone: alla Festa del Cinema di Roma la ricostruzione dell'ascesa e della caduta della Mafia

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Corleone: alla Festa del Cinema di Roma la ricostruzione dell'ascesa e della caduta della Mafia

Realizzato per il canale franco-tedesco Arte, i due episodi di questo documentario televisivo hanno fortunatamente trovato spazio nel programma della Festa del Cinema di Roma. 150 minuti di cronistoria dettagliata che presentano un quadro completo della Mafia in Sicilia negli ultimi 60 anni. Ciò che è raccontato in Corleone, il potere e il sangue e in Corleone, la caduta è il sopravvento delle famiglie corleonesi su quelle palermitane, il cambio strategico degli anni 70 con l’attacco diretto ai servitori dello stato e, soprattutto, l’ascesa e la capitolazione di Totò Riina.

Con alle spalle una carriera di documentari di inchiesta su partigiani, comunisti,  sulle brigate rosse e su Berlusconi, il regista 74enne Mosco Levi Boucault realizza un’opera scarna esteticamente che punta solo ed esclusivamente al contenuto. In effetti, oltre alle immagini di repertorio, agli articoli del quotidiano L’Ora e alla narrazione affidata alla voce dell'attrice Maya Sansa, le parole dei protagonisti del racconto si rivelano feroci. A proferirle è chi ha affrontato Riina in quegli anni di latitanza quando era il capo dei capi, come il funzionario di polizia Francesco Accordino e l’ex magistrato Giuseppe Ayala.

Se Ayala e Accordino sono l’ossatura del film, la figura di Riina in tutta la sua spietatezza è completata dai pentiti come Brusca, Marchese, Anzelmo e Mutolo che sono stati sicari all’interno dell’organizzazione mafiosa e che nelle interviste hanno il volto coperto, perché oggi sono sotto protezione con nuove identità (e, fa sapere il regista in una didascalia finale, chiedono perdono per i crimini commessi). I loro racconti fanno accapponare la pelle, rendono l’idea di cosa fosse il potere mafioso che obbediva a semplici regole per nascondere se stesso: se tradisci un uomo d’onore sei morto, se manchi di rispetto a un uomo d’onore sei morto, se hai relazioni con donne mogli o ex fidanzate di uomini d’onore sei morto.

Giuseppe Ayala spiega che la mafia era un ascensore sociale per i contadini siciliani. Entrando nelle cosche “si poteva disporre di soldi, di un ruolo e soprattutto di rispetto”. La Sicilia è un’isola che nella sua storia è sempre stata colonizzata, non ha mai avuto una dinastia regnante e dall’entroterra, a metà del novecento, è germogliato un desiderio di rivalsa. “C’erano un maresciallo, un prete e un mafioso” racconta uno dei pentiti come se fosse l’inizio di una barzelletta, delineando le tre figure di riferimento per cittadini negli anni 50/60: “se tu avevi bisogno di qualcosa per la tua famiglia andavi dal prete, se dovevi aggiustare qualcosa andavi dal maresciallo, per le cose più importanti invece andavi a disturbare il mafioso”.

Il 1979 è stato l’anno del terrore quando Riina iniziò a far uccidere chiunque si mettesse tra lui e il suo obiettivo. Giornalisti, poliziotti, magistrati, lo spargimento di sangue non conosceva sosta e anche gli altri capi mafiosi furono eliminati, perché avevano qualcosa da ridire su questa strategia della paura. Poco dopo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, due ragazzi palermitani uniti dagli stessi valori, diventeranno giudici integerrimi portando l’organizzazione mafiosa al collasso, un coraggio che pagheranno con la vita in quelle scene di apocalisse urbana che abbiamo cementate nei nostri ricordi. Quella di Corleone è una preziosa ricostruzione storica di una delle tante folli derive della natura umana.



Antonio Bracco
  • Giornalista cinematografico
  • Copywriter e autore di format TV/Web
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