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"Vi racconto Gola profonda": intervista esclusiva a Liam Neeson su The Silent Man

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"Vi racconto Gola profonda": intervista esclusiva a Liam Neeson su The Silent Man

Vice direttore dell’FBI, pupillo del celeberrimo J. Edgar Hoover, Mark Felt è stato, con lo pseudonimo Gola profonda, la fonte anonima dello scandalo Wartergate per Bob Woodward e Carl Bernstein, giornalisti del Washington Post. Per oltre trent'anni la misteriosa identità dell'informatore ha suscitato grande curiosità nell'opinione pubblica e una serie di speculazioni fino a quando, nel 2005, in un articolo apparso su Vanity Fair, Felt è uscito allo scoperto. Una storia ora raccontata al cinema in The Silent Man di Peter Landesman - in sala dal 12 aprile distribuito da BIM - grazie al talento sconfinato di Liam Neeson nei panni di Felt. L’abbiamo incontrato a Toronto, dove il film è stato presentato in prima mondiale.

“Conoscevo Peter solo come giornalista investigativo, mi hanno mostrato poi Zona d’ombra, un suo film con Will Smith sul football americano. Mi ha interessato molto, l’ho trovata una storia molto ben diretta, l’ho incontrato e abbiamo discusso del Watergate su cui, crescendo in Irlanda dove avevamo i nostri problemi, non avevo approfondito molto. Poi ho pensato ad almeno quattro attori che sarebbero stati migliori di me per il ruolo di Mark Felt, ma del resto è una cosa che mi capita in ogni progetto. Ho fatto delle ricerche sul personaggio, su cosa lo motivava. Niente è nero o bianco, anche se Peter lo considera più di me un eroe puro e semplice; non dico che quello che fece fosse giusto o sbagliato, ma quando fu ignorato per il ruolo di nuovo direttore dell’FBI, dopo la morte di J. Edgar Hoover, ne fu davvero colpito con violenza, la prese sul personale. La scelta di un ex comandante di sottomarino, Patrick Gray, fu per lui un insulto. Presto scoprì che, come disse appena incontrò per la prima volta Woodward, “Watergate è un nodo e c’è un modo per scioglierlo”.

Realizzando il film avete affrontato il tema, molto attuale sotto la presidenza Trump, dell’indipendenza dell’FBI.

All’epoca non sapevamo dell’elezione di Trump, non sembrava all’orizzonte, ma abbiamo sicuramente discusso dell’eredità lasciata da Hoover, dopo aver servito 7 presidenti per ben 45 anni. Mark Felt fu un suo pupillo. Un’altra cosa che l’ossessionò fu la volontà della Casa Bianca di interferire e interrompere le indagini dell’FBI, coinvolgendo la CIA. Insomma, era aggressivo e molto arrabbiato.

Secondo lei diventò Gola profonda, la fonte cruciale per l’inchiesta del Washington Post sul Watergate, perché ferito?

Sì, è stata anche per me la porta d’ingresso nell’anima così imperscrutabile del personaggio, anche se, come mi ha raccontato personalmente il nipote, aveva un lato emotivo forte. Amava la moglie, era molto legato alla figlia. È curioso che Bob Woodward non abbia mai conosciuto questo suo aspetto, Felt era capace di compartimentare la sua vita.

Per un attore deve essere particolare interpretare una persona così poco leggibile.

Sono irlandese, amo le emozioni forti, ma nella sceneggiatura era tutto molto trattenuto, a parte un scena in cui ritrova la figlia, e lì mi sono reso conto che potevo lasciarmi andare, che il pubblico aveva bisogno di quella emozione, dopo averla tenuta a freno dall’inizio del film, che è una sequela di persone che camminano nei corridoi o sono sedute dietro alle scrivanie. Mi sono detto: cazzo, devo mostrare dell’emozione.

È possibile per un uomo solo far cadere la Casa Bianca?

Diciamo che sappiamo che ci sono delle collusioni fra questa amministrazione e la Russia e Robert Mueller le sta svelando: che fosse coinvolto il twitter in chief o no Mueller lo scoprirà. Un giornalista investigativo ha risposto così alla domanda su un possibile coinvolgimento di Trump: non c’è fumo senza fuoco, e di fumo ce n’è tanto. Lo scopriremo, qualcosa verrà fuori. Il twitter in chief sembra chieda lealtà totale, proprio come Richard Nixon. Se non sei dalla sua parte, sei un suo nemico. Avevano entrambi un nemico assoluto, la stampa. Fa molta paura.

Ha mai incontrato Trump?

In realtà sì, un paio di volte. Sono un sostenitore delle carrozze a cavallo lungo Central Park, che volevano sopprimere dopo 150 anni. Ne sono diventato una specie di portavoce e ho chiesto aiuto a Donald Trump, che ha il suo hotel sul parco. Abbiamo avuto una bella chiacchierata al telefono, è stato molto disponibile, poi ho sentito della sua candidatura e ho capito il perché. La battaglia per la tutela delle carrozze a cavallo l’abbiamo vinta, almeno.

Dopo anni di carriera e tanti ruoli, qual è il criterio con cui li sceglie?

Sempre una buona sceneggiatura, si riconduce tutto alla pagina scritta. Recentemente ho avuto la possibilità di fare binge watching, come si dice oggi, di alcune serie televisive fantastiche, con un livello di scrittura fenomenale. Ozark, per esempio: che bella serie.

Quindi sta considerando la possibilità di recitare in una serie TV?

Televisione? Tesoro! [lo dice con una sottolineatura ironica nella voce ndr] Le stelle del cinema della vecchia Hollywood alla Joan Crawford rispondevano così. Naturalmente sì, lo farei. C’è un ottimo sceneggiatore, Douglas McGrath, che ha scritto un pilot su Abraham Lincoln, e sono molto tentato. Pur avendo naturalmente adorato la performance di Daniel Day Lewis, e di Sally Field, nel film di Steven Spielberg, penso che gli stessi americani sappiano ancora così poco sulla lotta per l’abolizione della schiavitù, di Lincoln e della Guerra civile. 625 mila americani morirono in quella guerra.

Preparandosi per questo ruolo si è trovato in territori simili a quelli di Oskar Schindler? Entrambi lavoravano all’interno e all'esterno del sistema.

Non ci ho mai riflettuto, ma è interessante. Posso dire che Schindler era un imprenditore di secondo livello, ma un bon vivant, uno che sapeva come organizzare una festa, amava ostentare. Il contrario di Mark Felt, persona difficile da leggere, imperscrutabile. Ma entrambi operarono in effetti all’interno di un sistema molto pericoloso.

Qual è stata la cosa più difficile da raccontare di questo personaggio?

La mia principale preoccupazione nel raccontarlo in un’ora e quaranta minuti era che il pubblico non si annoiasse di un tipo che non mostra le sue emozioni, almeno fino a che non trova la figlia. Non somiglio molto a Felt, che aveva dei capelli davvero notevoli e ne era consapevole. Aveva questi grandi occhiali anni Settanta. Peter aveva paura che il pubblico non vedesse i suoi occhi, ma non sono d’accordo, avrei voluto indossarli ancora di più.



Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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